Mentre il sole incendia i faraglioni di Capri, tingendo il mare di oro e il cielo di porpora, il cuore mi si stringe in un nodo di malinconia dolcissima. E in questo istante sospeso tra la luce e l'ombra, la mente vola a Leopardi e al suo Sabato del Villaggio, riportandomi all'infanzia con la forza di un'onda che travolge ogni resistenza. Ah, non riesco a pensare a quei versi senza che gli occhi mi si velino di lacrime... Perché quella "donzelletta" che affaccia alla soglia della vita siamo stati noi. Sì, proprio noi, con il cuore gonfio di attese ancora senza nome, con le dita che si arricciavano nervose sui vestiti della festa, con lo sguardo che già correva verso domani credendolo eterno - Dio, che struggente ritratto di tutti i nostri entusiasmi infantili, di tutte le promesse che la vita ci aveva fatto e che noi, ingenui, credevamo avrebbe mantenuto! E quella vecchierella... oh, quella vecchierella che racconta storie di passati sabati... non è forse la nostra anima di oggi? Quella parte di noi che custodisce ricordi come reliquie, che rievoca con voce tremula i giorni in cui "i zoccoletti" risuonavano nelle vie della nostra giovinezza? Quando ascolto i suoi versi, sento il peso degli anni che ho vissuto e la vertigine di quelli che non vivrò più. La campana che squilla nella sera mi trafigge il petto. Quel suono non è solo un suono - è il rintocco di tutti i nostri addii non detti, di tutte le sere d'estate in cui credevamo che l'infanzia non finisse mai. È l'ultimo richiamo prima che la festa finisca, prima che ci accorgiamo che la "domenica" della vita è già trascorsa, e noi siamo rimasti qui, con in mano solo i coriandoli sbavati dei nostri sogni. Leopardi ci ha rubato l'anima e l'ha messa in versi. Ci ha svelato l'inganno più crudele e più bello: che la felicità vera è tutta nell'attesa, nel fremito del sabato, nel respiro affannoso di ciò che sta per cominciare. Come quel "garzoncello scherzoso" che corre finché "l'età fiorita" gli dura, noi abbiamo inseguito la vita credendo che la meta fosse tutto. E ora sappiamo, con dolore che ci abbellisce l'anima, che la magia era tutta nel correre, nell'attendere, nel desiderare. Il sole è ormai un ricordo sopra Capri, e nelle prime stelle che tremolano sul mare vedo brillare le luci di tutti i nostri sabati perduti. Questa poesia è il lamento più straziante e più bello per tutto ciò che non siamo più, per tutti i bambini che siamo stati e che portiamo dentro come ferite d'oro. E in questo crepuscolo che avvolge Capri, mentre le onde accarezzano la riva con voce di ninna nanna, sento che la vera festa è stata quel sabato - quell'attesa - quella promessa di felicità che, forse, è stata più preziosa della felicità stessa. (Salvatore Monetti)
