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LIBRO DELLA SETTIMANA
RACCONTI SOTTO SPIRITO
di
Marco Banfi
C'è un momento, nella lettura di Racconti Sotto Spirito di Marco Banfi, in cui ci si ferma. Non per stanchezza, ma per una sorta di cortocircuito emotivo. Si arriva a versi come "Il lavoro nobilita lo spirito / di chi comanda / e non sputa sangue" e ci si rende conto che la poesia, quella vera, quella che serve a qualcosa, non abita solo le antologie polverose. Abita i capannoni. Abita il rumore assordante delle presse, l'odore del metallo e del sudore, la solitudine del turno di notte. Banfi, con questo libro, non scrive sul lavoro: scrive dal lavoro. E la differenza è abissale, è una questione di sopravvivenza.
Questo non è un libro di poesie. È un kit di sopravvivenza per anime in tuta da lavoro. È un diario di bordo di un naufrago della modernità, un naufrago che però non annega, ma affonda lo sguardo nei gorghi della propria coscienza operaia e ne trae perle nere, lucide di rabbia e di una tenerezza inaspettata. Il titolo è un magnifico ossimoro, un gioco di parole che è una dichiarazione di poetica: "sotto spirito" è l'ebbrezza, la leggerezza effimera, ma anche la conservazione, la messa in salvo dell'anima. E l'anima, qui, è un bene prezioso e martoriato.
Banfi è un saldatore di versi. Li unisce con la stessa perizia con cui si uniscono due lamiere, con la stessa corrente che "il giorno uccide". La sua è una scrittura che viene dal basso, dal rumore di fondo della fabbrica, e per questo ha un'immediatezza e una potenza tellurica che lasciano il segno. Non c'è spazio per l'ornamento fine a se stesso. La parola è uno strumento, un elettrodo, un martello. A volte è un pugno nello stomaco, come in "Catena di smontaggio" dove la lotta di classe si fa questione fisica: "La classe non è acqua, / è proletaria / bassa / dell'ape più operaia". È una dichiarazione di appartenenza fiera e dolente, un inno a quella "squisita virtù di molesta fatica".
Ma attenzione, sarebbe riduttivo e ingiusto relegare Banfi al solo ruolo di poeta operaio. La sua voce è potente perché sa essere corale senza perdere l'intimità. C'è il compagno di sventure, il "mastro saldatore" che pare "demone che armeggia la fiamma", e c'è l'amico vero, quello del "caffè americano dal primo all'ultimo sorso". C'è la rabbia sociale e politica, una rabbia nuda e senza bandiere, che guarda ai "pulpiti elevati" e alle loro "speranze" di cartapesta con il disincanto di chi sa che la realtà è un'altra cosa. E c'è la dimensione più intima, quasi metafisica, di un dialogo serrato con i propri fantasmi.
La sezione "Spirito di gioventù" è, da questo punto di vista, una rivelazione. Qui Banfi mostra una maturità stilistica sorprendente. In "Incomunicabilitá" gioca con la sintassi del digitale, con quel linguaggio cifrato e frammentato dei giovani, per raccontare la solitudine di chi è intrappolato in una rete che dovrebbe connettere e invece isola. È un azzardo che funziona, perché la forma diventa essa stessa contenuto. E che dire di "La staccionata", con quel verso fulminante: "Dall'errata parte giusta del recinto / mi ritrovo". È la poetica di un'intera vita, la condizione di chi sta sempre un passo fuori, di chi osserva il mondo da una prospettiva obliqua, e proprio per questo lo vede più nitidamente. È il ritratto di un uomo che ha fatto della sua "diversità" (essere operaio che scrive, essere poeta che lavora) la sua più autentica ragione di esistere.
E poi, naturalmente, c'è il lavoro. Il grande, immane, divorante tema del lavoro. Banfi lo disseziona con una precisione quasi clinica, ma senza mai perdere di vista l'umano. La fabbrica non è solo un luogo fisico, è una condizione esistenziale. È il "Casinò" dove "banco trionfa / bracciante perso". È la "Fabbrica di piatti" dove la vita scorre in sincronia con i turni, fino a quando "il viso in necrologio" compare "il primo giorno di pensione". È il "Heavy metalmeccanico", con quel ritmo incalzante che mima la ripetizione ossessiva della catena di montaggio e il frastuono infernale delle presse. In questi versi, il lettore sente la fatica, il rumore, l'alienazione. Sente il "cartellino alla mano", il "cottimo o la vita", la "logistica e spedizioni" che diventa una geografia dell'anima, un labirinto in cui perdersi per ritrovarsi, magari la sera, a scrivere.
Ma il miracolo di Racconti Sotto Spirito è che, nonostante la durezza dei temi, non cede mai al lamento o alla retorica. C'è una forza vitale che attraversa questi versi come una corrente sotterranea. È la forza di chi, pur sapendo di essere "confinato in un bersaglio di tiro con l'arco", è "certo d'essere libero". È l'ironia graffiante di "Il sole e la grappa" o la comicità surreale di "Aere". È la capacità di vedere la bellezza anche in un "bar di periferia", nel "delicato volto di locandiera" che diventa poesia pura.
Marco Banfi ha scritto un libro necessario. Un libro che ci ricorda che la poesia non è evasione, ma immersione totale nella realtà. Che il verso può nascere dal rumore di una saldatrice e dalla stanchezza di un turno di notte, e può farsi portavoce di una dignità umana troppo spesso calpestata. È un'opera che va letta, e poi riletta, per assaporare la rabbia, la tenerezza e la lucida follia di chi, per sopravvivere, ha imparato a "digrignare i denti" e a "muovere un grido" che, per fortuna, è diventato poesia. Leggetelo. E se dopo l'ultima pagina vi sembrerà di sentire odore di officina e di vedere la luce fioca dell'alba dopo un turno di notte, beh, allora Banfi avrà centrato il suo obiettivo. Avrà dato voce a chi voce non ha, e a noi, lettori, avrà donato uno specchio in cui guardare senza paura la nostra stessa, fragile, umanità. L’editore; Salvatore Monetti
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