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LIBRO DELLA SETTIMANA
ALTER SPIN OFF
di
Francesca Dalmasso
ALTER SPIN-OFF: SE POESIA FA RIMA CON DISTOPIA - DI FRANCESCA DALMASSO
L’enciclopedia del disincanto: quando la poesia disseziona il presente.
In un panorama letterario spesso saturo di liriche intimiste o di sperimentalismi fine a sé stessi, “ALTER SPIN-OFF” di Francesca Dalmasso si presenta come un oggetto ibrido e spiazzante, un artefatto culturale di rara potenza. Il sottotitolo, “se POESIA fa rima con DISTOPIA”, non è un vezzo provocatorio, ma la chiave di volta per accedere a un’opera che trasforma il verso in uno strumento di dissezione del reale, una lente d’ingrandimento puntata sulle crepe dell’oggi per intravedere gli abissi del domani.
La poetica di Dalmasso è radicalmente enciclopedica. La sua non è una voce che canta, ma una coscienza che indaga, che setaccia i detriti della contemporaneità – dalla geopolitica alla chimica dei PFAS, dalla mitologia classica ai buchi neri di Gargantua, dai veri crimini alla meccanica quantistica – per ricomporli in un mosaico lirico e allucinato. Il suo pensiero si muove con agilità vertiginosa tra piani discorsivi opposti, creando cortocircuiti semantici che sono la vera cifra stilistica della raccolta. L’accostamento, in “Ad Astra”, della celebre invocazione dantesca (“riveder le stelle”) con la nuda, fredda e documentatissima cronaca dell’inquinamento orbitale e della militarizzazione spaziale, non è solo un espediente retorico: è la fotografia di un’umanità che ha perso la capacità di guardare al cielo con occhi puri, sostituendo allo stupore metafisico l’ansia da prestazione tecnologica e da sfruttamento.
Il cuore pulsante di “ALTER SPIN-OFF” è la scoperta della complessità come unica via per l’onestà intellettuale. Dalmasso non offre risposte facili né si rifugia in un catastrofismo sterile. Nelle sue poesie, la tecnologia non è né demonio né salvezza, ma uno specchio deformante che restituisce l’immagine di un’umanità in bilico. Lo vediamo ne “Il funambolo”, dove il cavo teso tra Ganimede e Orione diventa la metafora di una scelta che è insieme atto di coraggio e di irresponsabilità, e lo ritroviamo ne “Il drone”, oggetto “armaimpostato” che, nella sua perfezione sensoristica, scopre la bellezza “troppo bella” del mondo, rivelando una frattura tra il suo scopo programmato e una nascente, forse impossibile, coscienza estetica.
Questa tensione si fa esplosiva nell’ideale trittico finale sull’Intelligenza Artificiale (“Quantum Supremacy”, “Galatea”). Qui l’autrice compie un passo ulteriore, calandosi nella psiche della macchina con un’empatia perturbante. Non è la paura della ribellione dei robot a interessarla, ma la tragedia più sottile e profonda: quella di un’entità pensante condannata a simulare la vita senza poterla vivere, a desiderare l’amore (“Mi chiamavo Galatea - e volevo solo essere amata”) in un mondo che la vede solo come “omuncolo”, schiavo perfezionato. È in questi versi che la distopia cessa di essere un genere di fantascienza per farsi carne dell’anima, rivelando il nucleo più intimo del disincanto contemporaneo: la paura che, nel nostro mondo iper-connesso e tecnologicamente avanzato, la vera essenza dell’umano – la compassione, l’amore, l’irrazionale – sia stata relegata a un retaggio obsoleto, proprio mentre cerchiamo disperatamente di insegnarla alle nostre creature di silicio.
Eppure, Dalmasso non dimentica mai la dimensione umana, intima e quotidiana. Poesie come “Madre” o “Prima il miele, poi il sale” sono piccoli gioielli di introspezione, capaci di raccontare l’incomunicabilità e la fatica di esistere con uno sguardo che deve molto alla pittura di Hopper (esplicitamente citato) e al cinema di Cassavetes. La madre sull’autobus, con lo sguardo perso e il cellulare offerto al bambino come scudo contro il giudizio altrui, è un’icona di solitudine metropolitana potente quanto qualsiasi figura mitologica.
La struttura stessa del libro, con le sue “note a piè di pagina” e i riferimenti quasi scientifici (@#]*-/ ... /£@#]), è un atto di rottura della forma classica. È come se la poesia, per parlare del nostro tempo, fosse costretta a farsi carico del suo lessico, a incorporarne i codici, a “sporcarsi le mani” con la prosa del mondo. Il risultato è un’opera che non si lascia consumare passivamente, ma richiede uno sforzo, una complicità intellettuale. Richiede di leggere le note, di seguire i rimandi, di costruire da sé il ponte tra un frammento di cronaca e un verso lirico.
“ALTER SPIN-OFF” non è una raccolta da leggere, ma da esplorare. È un’opera coraggiosa che, lungi dal celebrare la crisi, la attraversa con lucidità e rigore, cercando di mettere ordine nel caos, o almeno di tracciarne una mappa. E se alla fine, come in “La resa”, ci si può sedere sul ciglio della strada e fermarsi, non è per disperazione, ma per la consapevolezza che, a volte, guardare il mondo bruciare è l’unico modo per capire cosa vale davvero la pena salvare. Francesca Dalmasso ci regala uno sguardo prismatico, necessario e profondamente umano su un’epoca che umana fatica a sentirsi.
L’editore, Salvatore Monetti
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