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LIBRO DELLA SETTIMANA
OLTRE IL CANCELLO DELLA MEMORIA
Il dolore, la memoria e la ricerca della luce nella poesia di Loredana Mazzeo
Ci sono libri di poesia che si leggono e libri di poesia che, invece, si attraversano.
Le poesie di Loredana Mazzeo appartengono a questa seconda categoria: non si lasciano semplicemente leggere, perché chiedono al lettore di entrare in una dimensione intima, fatta di ricordi, assenze, ferite, silenzi e improvvise aperture verso l’infinito. Sono versi che non raccontano soltanto un vissuto personale, ma restituiscono una condizione profondamente umana: quella di chi, guardando indietro, cerca nel proprio passato le ragioni del dolore e, guardando avanti, tenta ancora di trovare una ragione per sperare.
Leggendo questa poesia ho avuto la sensazione di rivivere ricordi lontani, appartenenti a quella particolare regione della memoria nella quale gli avvenimenti, con il passare del tempo, perdono i loro contorni e si fanno sempre più sfumati. Rimane l’emozione, rimane la ferita, rimane soprattutto quella percezione vaga e indefinibile che accompagna i ricordi dolorosi.
La memoria, in Mazzeo, non è dunque un archivio ordinato di fatti. È una materia viva, mobile, inquieta. È qualcosa che ritorna quando meno ce lo aspettiamo, spesso nel silenzio della notte, quando la coscienza è più vulnerabile:
“Un nodo alla gola… / singhiozzi… / mi manca l’aria, / mi sveglio spaventata… / un incubo… / Chiudo gli occhi, respiro e… / sollevo di nuovo lo sguardo verso il cielo…”
In questi versi il dolore non viene spiegato: viene sentito.
Il respiro che manca, il singhiozzo, il risveglio improvviso, lo sguardo rivolto al cielo: sono gesti semplici che acquistano una straordinaria intensità proprio perché appartengono all’esperienza universale della paura e della solitudine.
E il cielo, nella poesia di Mazzeo, non è mai soltanto cielo.
Diventa interlocutore, confidente, presenza silenziosa. È quasi una creatura capace di accogliere ciò che la parola umana non riesce a esprimere. La poetessa alza gli occhi verso quella immensità azzurra e, nel farlo, ritrova anche il mare, un’altra immagine ricorrente dell’infinito, della profondità e della possibilità di smarrirsi per potersi, forse, ritrovare.
È una delle caratteristiche più suggestive della sua poesia: la natura viene chiamata a testimoniare l’interiorità.
Il cielo, il mare, l’orizzonte, l’azzurro diventano specchi dell’anima. Quando l’anima soffre, anche il paesaggio sembra assumere quella stessa tonalità; quando invece si apre alla possibilità della liberazione, l’infinito naturale diventa promessa di uno spazio nuovo.
Ma il dolore resta a lungo il centro gravitazionale di questo percorso.
“Sono quella donna che… / ha smesso di combattere / vane e sterili battaglie mentali. / Sono il ricordo di una vita / il cui ‘Senso’ / non aveva senso!”
Sono parole nelle quali si avverte tutta la stanchezza di chi ha combattuto troppo a lungo contro se stesso, contro i propri pensieri, contro domande rimaste senza risposta.
E tuttavia sarebbe riduttivo leggere questi versi come una semplice dichiarazione di resa.
La poetessa non rinuncia alla ricerca: rinuncia piuttosto alle battaglie sterili, a quei conflitti interiori che consumano senza condurre alla verità. Il dolore, allora, diventa una porta. Una porta difficile da attraversare, ma necessaria.
Ed è proprio attraverso quella porta che la memoria riconduce la poetessa all’infanzia.
Il ricordo della bambina accanto al braciere, rapita dalle storie di streghe, fantasmi e folletti, mentre il padre la rassicura con una carezza, è una delle immagini più tenere e luminose della raccolta:
“Il babbo divertito al suo timore, / accarezzando i suoi capelli la baciava / e lei, serena e fiduciosa, / più vicina a lui si rannicchiava.”
Qui la poesia raggiunge una dimensione quasi pittorica.
Il fuoco, il volto della bambina, le storie narrate, la figura paterna, la carezza: tutto concorre a creare un’immagine di protezione e di appartenenza.
Ma proprio perché il ricordo è bello, la sua presenza nel presente è anche dolorosa.
La felicità ricordata porta con sé la consapevolezza della sua perdita.
E questo è uno dei paradossi più profondi della poesia di Mazzeo: anche la luce del passato può proiettare un’ombra sul presente.
I ricordi, infatti, non sono ancora abbastanza lontani da potersi trasformare completamente in nostalgia. Sono vivi, e proprio per questo feriscono. Ma diventano anche strumenti di conoscenza: attraverso di essi la poetessa cerca di comprendere ciò che è stata, ciò che ha perduto e ciò che ancora le appartiene.
La memoria assume così un valore autenticamente euristico: non serve soltanto a ricordare, ma a conoscere.
Scavare nel passato significa cercare la verità.
E la verità, nella poesia di Mazzeo, non è mai una conquista semplice o rassicurante. È nascosta, spesso dolorosa, talvolta persino difficile da accettare:
“Sono il ricordo / ‘sbiadito…’ / di una donna / schiacciata da un dolore che… / inabissa il cuore… / che scandaglia l’anima / nella ricerca eterna di verità nascoste.”
Quel verbo, “scandaglia”, è particolarmente significativo.
Scandagliare significa scendere in profondità, cercare ciò che non appare in superficie. La poetessa non si accontenta di ciò che vede: vuole comprendere ciò che si nasconde sotto la superficie della propria esperienza.
La poesia diventa allora uno strumento di esplorazione interiore.
Le verità forse non vengono mai dichiarate completamente; restano in parte celate, come un codice segreto racchiuso tra le pagine. Ma proprio da quelle pagine filtrano fasci di luce. E quella luce, per quanto fragile, suggerisce una possibilità: rialzarsi.
È a questo punto che il percorso poetico raggiunge uno dei suoi momenti più alti con Oltre il cancello.
“Mi siedo e guardo… oltre. / Con gli occhi e la mente lo scavalco… / guardo oltre… / oltre l’azzurro… l’infinito, / oltre ogni mio pensier segreto…”
Il cancello è, evidentemente, molto più di un elemento reale.
È una soglia.
È il confine tra ciò che ci trattiene e ciò che ci attende. È la frontiera tra il passato e il futuro, tra la malinconia e la possibilità, tra la paura e il coraggio.
La poetessa dapprima si siede e osserva.
Poi lo scavalca con la mente.
Infine lo oltrepassa con la volontà.
“In quell’altrove non c’è posto per la malinconia, / non vi è paura e… / vado oltre.”
Quel semplice “vado oltre” contiene forse il senso più profondo dell’intero itinerario poetico.
Non significa dimenticare.
Non significa cancellare.
Non significa negare il dolore.
Significa riconoscere che il dolore non può diventare una dimora.
Il passato può essere custodito, ma non abitato per sempre.
Le illusioni possono averci protetto, ma non possono sostituire la vita. E anche la convinzione di essere stati felici un tempo può trasformarsi in una nuova forma di prigionia se diventa un alibi per non cercare più la felicità nel presente.
La poesia di Loredana Mazzeo sembra arrivare proprio a questa consapevolezza: la felicità non può essere soltanto memoria.
Deve essere presenza.
Deve appartenere all’oggi.
Deve avere il coraggio dell’hic et nunc: qui e ora.
Una felicità autentica non può essere rimandata continuamente a ciò che è stato, né affidata a un futuro indefinito. Deve trovare il modo di nascere nel tempo presente, persino dentro le contraddizioni, le ferite e le fragilità che ancora ci abitano.
Ed è qui che la poesia compie il suo passaggio più importante.
Da elegia del dolore diventa poesia della trasformazione.
La donna che ricordava diventa la donna che comprende.
La donna che soffriva diventa la donna che cerca.
La donna che guardava il cancello diventa la donna che decide di attraversarlo.
E allora anche il dolore cambia significato.
Non scompare, ma si trasfigura.
Diventa esperienza, coscienza, memoria, parola.
Diventa poesia.
È questo, a mio avviso, il valore più autentico della scrittura di Loredana Mazzeo: la capacità di trasformare una vicenda profondamente personale in un’esperienza nella quale il lettore può riconoscersi.
Perché tutti abbiamo avuto un cancello davanti.
Tutti abbiamo conosciuto un passato nel quale avremmo voluto tornare.
Tutti abbiamo custodito ricordi che ci hanno dato felicità e, nello stesso tempo, dolore.
Tutti, prima o poi, abbiamo dovuto imparare che vivere non significa cancellare ciò che è stato, ma trovare la forza di non lasciarsi imprigionare da ciò che non può più tornare.
La poesia di Mazzeo nasce proprio sulla soglia di questa consapevolezza.
È una poesia della memoria, ma non è una poesia prigioniera della memoria.
È una poesia del dolore, ma non è una poesia che vuole celebrare il dolore.
È, soprattutto, una poesia della ricerca.
Ricerca di senso.
Ricerca di verità.
Ricerca di sé.
E infine ricerca di quella luce che appare quando si trova il coraggio di guardare oltre.
Oltre il cancello.
Oltre il ricordo.
Oltre la paura.
Oltre la malinconia.
Oltre persino l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
Perché forse la vera rinascita comincia proprio nel momento in cui smettiamo di chiederci quanto abbiamo perduto e iniziamo, finalmente, a domandarci quanto possiamo ancora vivere.
E in quell’istante la poesia non è più soltanto memoria del dolore.
Diventa una promessa di futuro.
L’editore, Salvatore Monetti

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