In questi giorni partecipando ad una conferenza, il relatore parlando di persone anziane, li ha definiti “diversamente giovani”. Quel termine, "diversamente giovani", mi è risuonato dentro come una nota stonata. Non è stata una semplice scelta lessicale goffa, ma il sintomo di un malessere più profondo: l'ossessione di una società che ha eletto l'immagine a suo unico, tirannico, dio. Viviamo in un'epoca in cui l'apparenza ha soppiantato l'essenza, in cui l'essere un buon cittadino, una persona onesta e di integri principi, è diventato un dettaglio relativo, quasi marginale. Ciò che conta è sembrare, non essere. E in questo culto dell'effimero, la vecchiaia, con i suoi segni tangibili e ineluttabili, diventa un'eresia da correggere, una colpa da nascondere. Eppure, alla mia età, mentre mi avvio con consapevolezza verso la stagione della maturità, trovo una profonda disarmonia in questa negazione. Definire una persona "vecchia" non è, di per sé, offensivo. L'offesa risiede nel vuoto di significato che oggi attribuiamo a questa parola. Da bambino, "vecchio" era sinonimo di saggezza, di esperienza accumulata, di un vissuto che comandava rispetto. Si ascoltavano i loro racconti non perché avessero sempre ragione, ma perché si onorava il loro viaggio, la loro battaglia. La loro parola aveva il peso del tempo. Oggi, come cantava in modo così potente Renato Zero, la forza interiore di una persona viene oscurata dal pregiudizio sull'età anagrafica: «Vecchio, diranno che sei vecchio. Con tutta quella forza che c'è in te.». È un grido che smaschera l'assurdità di giudicare la vitalità di un albero dal suo strato di corteccia, anziché dalla sua linfa. Essere "vecchi", oggi, per me, significa semplicemente essere pienamente me stessi. È l'accettazione di un'identità che trascende l'anagrafe. In questo, trovo un'alleata luminosa e coraggiosa in Anna Magnani, la cui frase iconica risuona come un manifesto di fierezza: "Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C'ho messo una vita a farmele!". Questa non è rassegnazione, è una forma di ribellione poetica. Le rughe non sono cedimenti da bisturi, ma geroglifici esistenziali. Sono i solchi tracciati dalle risate più sincere, dai dolori sopportati, dalle notti insonni e dai giorni di sole. Ogni ruga è un capitolo di una storia unica. Sono la cartografia del mio viso, che racconta dove sono stato e chi sono diventato. Per questo rifiuto con forza l'immagine artificiale e iper-giovanilista proposta a tutti i costi. È un'illusione che non solo non restituisce la gioventù, ma, nel tentativo di cancellare i segni del tempo, cancella simbolicamente il valore della mia storia. Preferisco di gran lunga l'onestà di un volto segnato alla perfezione bugiarda di un volto liscio, anonimo e senza memoria. La vera bellezza non è l'assenza di segni, ma la profondità di significato che quei segni portano con sé. È la bellezza di aver vissuto. Salvatore Monetti.
