Care amiche, cari amici, quando ripenso a quel pomeriggio al Palazzo Reale, durante il Campania Festival 2025, non vedo solo un evento letterario. Vedo un’emozione collettiva. Sento ancora l’elettricità nell’aria quando Felice Cerullo ci ha presentato la sua silloge “BASTA SOLO UN PO' D’ANIMA”. Era chiaro a tutti, fin dai primi istanti, che non stavamo ascoltando semplici poesie. No. Felice ci stava aprendo il suo cuore. Ci stava mostrando come la spiritualità possa essere una forza viva, concreta, un ponte gettato tra il nostro dolore e la nostra redenzione. Ricordo il silenzio, quel silenzio carico e rispettoso che si crea solo quando l’arte tocca le corde più profonde. Un silenzio che è stata la colonna sonora perfetta per versi che erano veri e propri atti d'amore per la vita. E poi, arrivò quel momento. Quel momento in cui l’emozione divenne tangibile, quasi si potesse toccare con mano. Quando Felice ha iniziato a declamare “Musa mia madre”. La sala è rimasta senza fiato. A un anno dalla scomparsa di sua madre, Felice non ha recitato una poesia. Ha compiuto un atto d’amore puro. Ci ha svelato un legame che il tempo e la morte non possono scalfire. Attraverso le sue parole, sua madre non era più un ricordo, era presente. Viva. In ogni stanza, in ogni cuore. Quel "sigillo d’amore" di cui parla non era più solo una metafora scritta su una pagina. Pulsava nella stanza. E pulsava nei nostri cuori. Ricordo gli sguardi della gente, lucidi, commossi, che si incrociavano in un’intesa silenziosa. Era la bellezza di un affetto infinito che, attraverso la poesia, diventava patrimonio di tutti. In quel momento, abbiamo capito cosa rende veramente unico Felice Cerullo. Non è solo il suo talento, è la sua rara, preziosissima autenticità. In un mondo che spesso premia l’apparenza, lui ci ha offerto la sostanza del suo cuore. La sua poesia è un invito a guardare oltre noi stessi, a trovare la luce anche quando tutto sembra buio. Quel libro, “Basta solo un po’ d’anima”, si è rivelato per quello che è: non una semplice raccolta, ma un viaggio dell’anima. Un’esperienza che ha lasciato un segno indelebile in ognuno di noi. Felice, caro amico, ripensando a quel giorno, non posso che rinnovarti il mio affetto e la mia stima. La tua voce, in quel pomeriggio napoletano, non ha solo risuonato. Ha guarito, ha ispirato, ha unito. Che continui a portare il suo messaggio di luce a tutti coloro che hanno il privilegio di ascoltarla. Con profonda e rinnovata ammirazione. Il tuo Editore, Salvatore Monetti
