APICE
VECCHIA – L’ULTIMA CAREZZA DELLA LUCE
Frammenti di vita tra le mura di un paese che
il mondo ha dimenticato
Dietro quei
cancelli arrugginiti, oltre quelle porte che cigolano al vento, si nasconde
l’anima silenziosa di questo paese. Muri che furono rifugio, finestre che
accolsero sguardi sognanti, pavimenti che sentirono passi frettolosi e risate
lontane.
Nelle case
disabitate, il passato si offre nudo eppure misterioso: una poltrona
sfilacciata che ancora conserva l’impronta di chi vi si sedeva la sera, un
calendario ingiallito con una data cerchiata, forse un compleanno mai
dimenticato. Ogni oggetto è una parola smarrita di una storia più grande, ogni
crepa sul muro un segreto sussurrato all’orecchio di chi sa ascoltare.
Respiri, e tra
le ombre sembra di cogliere un profumo di minestra cotta sul fuoco, l’eco di
una ninna nanna cantata a mezza voce, il rintocco di un orologio a muro che non
batte più. Le stanze, vuote ma mai davvero abbandonate, ti accolgono come un
testimone tardivo: “Eccomi, ricostruiscimi, ricordami.”
E così, tra la
polvere che danza nella luce obliqua, il paese rivive. Non nei documenti, non
nelle cronache, ma nei piccoli indizi lasciati come briciole di un pane
spezzato da chi, un tempo, chiamava questi luoghi casa.
Perché ogni abitazione è un
diario aperto, e ogni oggetto dimenticato una poesia incompiuta.
Racconti, Testi, ricerche
storiche, foto e video sono tutte realizzate con profondo rispetto e amore
verso un paese, una regione, un’Italia da riscoprire e valorizzare. Questo è un
omaggio alle giovani generazioni, perché un paese senza tradizioni, senza
storia e senza cultura è un paese morto. Ogni pietra racconta, ogni dialetto canta, ogni piazza
custodisce memorie di chi ci ha preceduto. Il nostro compito è custodire questo
patrimonio con cura, tramandarlo con orgoglio e farlo rivivere con passione.
Solo così potremo donare alle future generazioni non solo un passato da
ricordare, ma anche un futuro da costruire sulle solide fondamenta della nostra
identità. Questa è la mia missione: far sì che la bellezza, l’ingegno e
l’umanità che hanno plasmato questa terra continuino a ispirare. Perché la
storia non è solo ciò che è stato, ma anche ciò che decidiamo di portare con
noi." — Salvatore Monetti
Monetti Editore promuove la cultura dando voce ad autrici e autori che esplorano le profondità dell'animo umano e le complessità del nostro tempo, offrendo uno spazio editoriale a nuove idee, emozioni e riflessioni sociali.
LIBRO DELLA SETTIMANA
RADICES
PONTI SOTTILI TRA GENERAZIONI
di DIEGO ALBERTI
Le radici invisibili della memoria
Ci sono libri che raccontano il passato e altri che riescono, quasi senza accorgersene, a farlo riaffiorare. Radices – Ponti sottili tra generazioni di Diego Alberti appartiene a questa seconda categoria.
È una raccolta nata dalla memoria, dagli affetti, dai luoghi e dalle persone che hanno lasciato un'impronta nell'esistenza dell'autore. Al centro vi sono soprattutto le radici familiari, e in particolare la figura dei nonni, intesi non soltanto come memoria affettiva, ma come autentica eredità umana: valori, gesti, racconti, insegnamenti destinati a continuare oltre il tempo.
Ma sarebbe riduttivo definire Radices soltanto un libro nostalgico.
La nostalgia, qui, non guarda semplicemente indietro: diventa uno strumento per interrogare il presente. Una canzone, un'automobile, un vecchio luogo, una voce, un'espressione dialettale possono improvvisamente aprire una porta sulla memoria e restituire al lettore qualcosa che credeva dimenticato. In Fivelandia, per esempio, basta il fruscio di un vinile perché il tempo compia il suo incantesimo e riporti per un istante all'infanzia.
La cifra più originale della raccolta è però l'ironia.
Alberti non costruisce una poesia solenne, distante, intenzionalmente celebrativa. Al contrario, mescola il lirico con il quotidiano, il tenero con il grottesco, la memoria con la cultura popolare degli anni Ottanta e Novanta. Lo dichiara egli stesso: la nostalgia deve anche alleggerire, sdrammatizzare, strappare un sorriso e invitare il lettore alla riflessione.
Ed è proprio quando il sorriso sembra prevalere che spesso affiora qualcosa di più profondo.
Un nonno diventa una parte della propria identità.
Un viaggio si trasforma in un archivio sentimentale.
Una casa può diventare improvvisamente fragile.
Il tempo assume la consistenza di una piccola zolletta di felicità.
E l'infanzia, lontanissima, continua a chiamarci.
La lingua contribuisce a questa particolare atmosfera: colloquiale, musicale, talvolta irriverente, capace di passare dal dialetto alla citazione, dal gioco di parole alla riflessione esistenziale. Una lingua che non pretende di essere poetica: lo diventa attraverso ciò che ricorda.
Il titolo finisce così per rivelare il senso più autentico dell'opera. Le radices sono ciò che non vediamo, ma che continua a nutrire ciò che siamo. I ponti fra generazioni sono sottili, quasi invisibili, eppure resistono al tempo.
Forse è proprio questo il piccolo segreto di Radices: mentre Diego Alberti cerca nelle proprie radici le tracce della sua storia, lascia al lettore lo spazio per riconoscere le proprie.
E quando accade, il libro smette di essere soltanto il racconto di qualcun altro.
Diventa memoria condivisa.
Ma per capire fino in fondo dove conducono quei ponti, bisogna attraversarli.
L’editore, Salvatore Monetti

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