La prima cosa
evidente, che mi è balzata agli occhi, osservando i lavori di Meris Caffagni è
la straordinaria femminilità della sua pittura. In lei la pittura è davvero
femmina: è dolcezza, è sentimento, qui si vede la gioia di dipingere
liberamente senza uno schema preciso o preordinato ma seguendo l’istinto delle
proprie emozioni, della propria fantasia che, a volte, è quasi adolescenziale e
diventa la ricerca dell’amore puro, dell’affetto sincero, quello in cui gli
abbracci e i baci non tradiscono sensualità ma rappresentano un vero pegno
d’amore.
Un’altra cosa che mi ha colpito in questi
lavori è l’uso del colore che è sempre libero e giocoso e giocare con i colori
significa giocare con la felicità. Spesso per lei la felicità è rappresentare
un vaso di fiori visto proprio con grande libertà di espressione, di forma e di
colori. Questa è una pittura davvero emozionale che non s’incanala in schemi
consueti, già visti e sperimentati: è una pittura in cui ogni volta sono la
suggestione e l’emozione a suggerire l’impostazione e l’evoluzione del lavoro
stesso,
Se poi parliamo di questo libro, a lei
dedicato, ciò che Carmen Togni scrive non è una semplice sottolineatura delle immagini:
Carmen è troppo raffinata per limitarsi ad un commentario. Carmen usa le parole
come pura poesia, in cui traspare un’interazione con Meris Caffagni, dove vi è una complicità, direi quasi una correità: ciò che Meris esprime con le immagini, Carmen lo traduce in
versi e la poesia si colora.
Anche nelle parole
di Carmen è presente in maniera forte e decisa la femminilità, quell’essere
donna che emerge costantemente anche nelle opere di Alda Merini che Carmen ha
conosciuto molto bene e dalla quale ha tratto non solo un insegnamento
letterario e poetico, ma soprattutto anche la grande lezione sulla dignità di
essere donna, che Alda ha saputo offrire.
In sostanza in questa pubblicazione due donne
esprimono se stesse: l’Una con la pittura, l’altra con la poesia, in un unisono
d’intenti e di emozioni.
Giuliano Giuliani.
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LIBRO DELLA SETTIMANA
SIMONE VISSANI: IL FABBRO CHE HA FORGIATO VERSI
Caro Simone, ho letto le tue parole con l’attenzione che si riserva a chi, come te, ha attraversato il fango della fatica per poi scoprire che quel fango conteneva semi. E sai cosa ho visto? Non un semplice esordiente. Ho visto un uomo che ha saputo trasformare la necessità in ricerca, il lavoro manuale in visione poetica.
La tua immagine del pozzo e della falda acquifera è potentissima, perché arriva dritta dal tuo vissuto. Tu non hai studiato la metafora: l’hai vissuta. Sei cresciuto con la terra sotto le unghie, con gli animali da accudire prima di andare a scuola. E quel “creare cose con il niente” che descrivi è la definizione più bella e vera dell’arte.
In Il pozzo dei pensieri ci sei sceso davvero, in quel pozzo. Non stai improvvisando il poeta: stai restituendo con le parole ciò che per anni hai modellato con il legno e con il ferro. E c’è una coerenza profonda in questo: prima costruivi oggetti per necessità, ora costruisci versi per necessità interiore. La tua “preistoria” manuale non è stata una deviazione: è stata la materia prima. Nessuno che abbia solo studiato letteratura potrà mai scrivere la poesia di chi ha sudato la realtà.
E poi quel dettaglio: il diploma a quarantasei anni, quasi col massimo dei voti. Non è un traguardo, Simone: è un atto di ribellione bellissima contro il destino che ti era stato assegnato. È lì che sei diventato davvero “un bambino adulto con occhi romantici”: hai riattivato la meraviglia quando molti la spengono per sempre.
La scena che sogni – seduto sul ceppo, il taccuino, il cane, la pipa fatta da te – non è un sogno. È l’icona potentissima di chi ha riconciliato dentro di sé la terra e il cielo, la stalla e la pagina. Continua così.
E continua a scrivere. Perché la poesia oggi ha bisogno di mani come le tue: sporche di terra, ma capaci di carezza. E ha bisogno di voci come la tua: che vengono dal basso, ma arrivano dritte all’anima. Vai avanti. Questo è solo il primo sorso dal pozzo. L’acqua è tanta. Ad maiora.
L’Editore, Salvatore Monetti

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