La vita, nel suo fluire, ci permette di vivere avvenimenti, di fare incontri, di provare emozioni e sentimenti. Il tutto, come un bagaglio, ce lo portiamo appresso, a volte lo apriamo per tirar fuori quelli che comunemente chiamiamo ricordi. Che strano potere ha la mente! Un potere grandioso, che non ne conosce simili. Ad un tratto si accende un clic ed ecco apparire un pezzo di pellicola del nostro “film”. Ma ci sono fatti e persone che hanno lasciato “orme” più profonde delle altre, nel bene e nel male, su cui ricadono i nostri pensieri. Le orme sulla sabbia indicano il nostro passaggio, sono tracce di vita, di una vita che scorre. Io le trovo suggestive così come è piacevole l’affondare i piedi sulla sabbia della battigia. Se si potesse sempre camminare in riva al mare, sarebbe meraviglioso! Con questi brevi racconti, ho provato a ritornare sui miei “passi”, sulle “orme” che alcuni avvenimenti e persone hanno lasciato dentro me. Non ho la capacità di inventare storie, per cui “sfrutto” i ricordi del mio libro interiore. ”Ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un po’ di sé e si porta un po’ di noi. Ci sarà sempre chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla”(Jorge Luis Borges).Ed in questo momento storico di ridimensionamento di molte nostre certezze, siamo forse più proiettati verso la ricerca delle nostre radici e di ciò che ha lasciato tracce in noi come a volersi aggrappare ad una vita anteriore profondamente diversa da quella che stiamo vivendo.
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LIBRO DELLA SETTIMANA
SIMONE VISSANI: IL FABBRO CHE HA FORGIATO VERSI
Caro Simone, ho letto le tue parole con l’attenzione che si riserva a chi, come te, ha attraversato il fango della fatica per poi scoprire che quel fango conteneva semi. E sai cosa ho visto? Non un semplice esordiente. Ho visto un uomo che ha saputo trasformare la necessità in ricerca, il lavoro manuale in visione poetica.
La tua immagine del pozzo e della falda acquifera è potentissima, perché arriva dritta dal tuo vissuto. Tu non hai studiato la metafora: l’hai vissuta. Sei cresciuto con la terra sotto le unghie, con gli animali da accudire prima di andare a scuola. E quel “creare cose con il niente” che descrivi è la definizione più bella e vera dell’arte.
In Il pozzo dei pensieri ci sei sceso davvero, in quel pozzo. Non stai improvvisando il poeta: stai restituendo con le parole ciò che per anni hai modellato con il legno e con il ferro. E c’è una coerenza profonda in questo: prima costruivi oggetti per necessità, ora costruisci versi per necessità interiore. La tua “preistoria” manuale non è stata una deviazione: è stata la materia prima. Nessuno che abbia solo studiato letteratura potrà mai scrivere la poesia di chi ha sudato la realtà.
E poi quel dettaglio: il diploma a quarantasei anni, quasi col massimo dei voti. Non è un traguardo, Simone: è un atto di ribellione bellissima contro il destino che ti era stato assegnato. È lì che sei diventato davvero “un bambino adulto con occhi romantici”: hai riattivato la meraviglia quando molti la spengono per sempre.
La scena che sogni – seduto sul ceppo, il taccuino, il cane, la pipa fatta da te – non è un sogno. È l’icona potentissima di chi ha riconciliato dentro di sé la terra e il cielo, la stalla e la pagina. Continua così.
E continua a scrivere. Perché la poesia oggi ha bisogno di mani come le tue: sporche di terra, ma capaci di carezza. E ha bisogno di voci come la tua: che vengono dal basso, ma arrivano dritte all’anima. Vai avanti. Questo è solo il primo sorso dal pozzo. L’acqua è tanta. Ad maiora.
L’Editore, Salvatore Monetti

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