Sono sempre stata affascinata da
questi fiori, così particolari e diversi dagli altri, le ninfee. Ne ammiro la
bellezza, la forma, la loro crescita palustre e tutte le leggende relative alla
loro origine. Ma sono stati certamente i dipinti di Claude Monet che hanno
catturato la mia attenzione per loro bellezza e la loro poesia. Le ninfee erano
per lui una vera e propria ossessione, lo testimoniano i moltissimi dipinti
(250) con tale soggetto. Romand Roilland in una missiva indirizzata a lui così scriveva:
«Quando sono disgustato per la mediocrità della letteratura e della musica
attuali, non ho che da voltarmi verso le vostre Ninfee per
riconciliarmi con la mia epoca…”. Condivido questo pensiero, perché in un’epoca difficile come
la nostra e in questo momento storico della pandemia, a mio avviso, la salvezza
può venire dall’arte e dalla contemplazione del bello in tutte la sue
espressioni. Ho trovato un parallelismo tra questi meravigliosi fiori e le
poesie. “Le poesie sono come / fiori che nascono / dal fondo, hanno / radici
profonde / che affondano nell’anima, / donano la bellezza / quando si aprono al
mondo / così le ninfee che emergono / dal fango con la loro / purezza e il loro
incanto”. Da qui il titolo di questa raccolta.
Gigliola di Luccio
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LIBRO DELLA SETTIMANA
SIMONE VISSANI: IL FABBRO CHE HA FORGIATO VERSI
Caro Simone, ho letto le tue parole con l’attenzione che si riserva a chi, come te, ha attraversato il fango della fatica per poi scoprire che quel fango conteneva semi. E sai cosa ho visto? Non un semplice esordiente. Ho visto un uomo che ha saputo trasformare la necessità in ricerca, il lavoro manuale in visione poetica.
La tua immagine del pozzo e della falda acquifera è potentissima, perché arriva dritta dal tuo vissuto. Tu non hai studiato la metafora: l’hai vissuta. Sei cresciuto con la terra sotto le unghie, con gli animali da accudire prima di andare a scuola. E quel “creare cose con il niente” che descrivi è la definizione più bella e vera dell’arte.
In Il pozzo dei pensieri ci sei sceso davvero, in quel pozzo. Non stai improvvisando il poeta: stai restituendo con le parole ciò che per anni hai modellato con il legno e con il ferro. E c’è una coerenza profonda in questo: prima costruivi oggetti per necessità, ora costruisci versi per necessità interiore. La tua “preistoria” manuale non è stata una deviazione: è stata la materia prima. Nessuno che abbia solo studiato letteratura potrà mai scrivere la poesia di chi ha sudato la realtà.
E poi quel dettaglio: il diploma a quarantasei anni, quasi col massimo dei voti. Non è un traguardo, Simone: è un atto di ribellione bellissima contro il destino che ti era stato assegnato. È lì che sei diventato davvero “un bambino adulto con occhi romantici”: hai riattivato la meraviglia quando molti la spengono per sempre.
La scena che sogni – seduto sul ceppo, il taccuino, il cane, la pipa fatta da te – non è un sogno. È l’icona potentissima di chi ha riconciliato dentro di sé la terra e il cielo, la stalla e la pagina. Continua così.
E continua a scrivere. Perché la poesia oggi ha bisogno di mani come le tue: sporche di terra, ma capaci di carezza. E ha bisogno di voci come la tua: che vengono dal basso, ma arrivano dritte all’anima. Vai avanti. Questo è solo il primo sorso dal pozzo. L’acqua è tanta. Ad maiora.
L’Editore, Salvatore Monetti

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